Sulla versione online di Repubblica è uscito oggi un interessante articolo di Salvo Intravaia sullo studio delle lingue straniere in Italia, in particolare l’inglese, che prova a fare il punto della situazione, tirando le somme di uno scenario abbastanza desolante.
Il quadro che offre il giornalista di Repubblica è sostanzialmente riassumibile così: a scuola l’inglese (ma potrebbe essere anche un’altra lingua, ovviamente) si studia per 10-13 anni, ma alla fine del percorso didattico i ragazzi italiani accusano un gap di apprendimento impietoso nei confronti dei coetanei, soprattutto quelli provenienti dell’est e del nord Europa (potete comunque consolarvi ascoltando la pronuncia inglese dei vostri amici spagnoli).
Un aiuto prezioso (e costoso) sembrerebbe arrivare dai corsi privati di lingua e dalle ormai mitiche vacanze studio in Inghilterra. I corsi estivi, nell’ottica dei genitori che hanno sborsato fino a 2.500 euro per mandare il figlio/la figlia per un paio di settimane oltremanica, dovrebbero servire a far fare quel salto di qualità ai ragazzi e restituirli alla patria arricchiti di un inglese fluente. In realtà pare che nemmeno questo serva a elevare il livello della conoscenza delle lingue straniere nel nostro paese, soprattutto se guardiano ai numeri impietosi delle statistiche.
L’ultima indagine Eurobarometro condotta dalla Commissione Europea nel 2006 sulla conoscenza delle lingue straniere fornisce un quadro impietoso della situazione italiana. L’Italia è terzultima tra i membri della UE, con appena 41 persone su 100 che hanno dichiarato di poter sostenere una conversazione in una lingua straniera (il Slovacchia, Svezia e Lettonia questo numero sale fino oltre il 90 percento). Se poi scendiamo più in profondità e aggiungiamo un’ulteriore lingua straniera, questa percentuale nel nostro paese scende fino al 7 percento.
Sembra quindi evidente che il solo insegnamento delle lingue nella scuola non sia sufficiente. Claudia Beccheroni, responsabile del Trinity per l’Italia, pone l’accento su quello che sarebbe l’impatto, in termini di apprendimento, di cinema e televisione non doppiate (come del resto avviene in molti paesi dell’Unione Europea), mettendo allo scoperto un mondo di costumi e abitudini difficile da cambiare nel nostro paese.
L’opinione comune è che noi italiani, comunque, in un modo o nell’altro alla fine riusciamo sempre a farci capire. Beppe Severgnini, nel suo divertentissimo “L’inglese, nuove lezioni semiserie” (che consiglio a tutti), diceva “È certamente vero che i «nuovi analfabeti» sono coloro che non conoscono l’inglese. È altrettanto vero, però, che molti di costoro sono perfettamente felici: non sanno l’inglese, non vogliono impararlo, e quando vanno all’estero trovano divertente sbracciarsi negli aeroporti, rischiare il fegato nei ristoranti, parlare alle ragazze con lo sguardo e al resto del mondo con le mani”.
E tu, do you speak English?
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